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Educare a scegliere con mente e cuore

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Tutti desiderano essere liberi di scegliere. Il bambino più “docile” arriva sempre ad una fase definita “del no” in cui pare rivendicare il suo diritto ad opporsi alle scelte fatte per lui dal genitore. L’adolescente sente fortemente l’urgenza di acquistare autonomia grazie alla possibilità di contrastare le scelte che per lui farebbero, a volte molto volentieri, i genitori e gli educatori.

L’essere umano adulto si sente realizzato, in famiglia, nel lavoro e nella società , se gli viene riconosciuta possibilità di scegliere e competenza personale nel “problem solving” ( nel saper risolvere con efficacia i problemi). L’anziano sente il rispetto degli altri nei suoi confronti in virtù del riconoscimento del suo libero arbitrio, della facoltà ancora intatta di determinare la propria vita. Insomma l’essere umano, razionale e libero, vuole poter scegliere e si sente soddisfatto della libertà di scelta di cui usufruisce.

Ma proviamo a domandarci da cosa dipenda questo meccanismo del “saper scegliere”; non sempre la possibilità, cioè la libertà di azione , corrisponde alla capacità di formulare una scelta adatta ed efficace.

Esempio di questa difficoltà è l’indecisione di tanti, bambini adulti o anziani che siano, di fronte a situazioni che altri, al loro posto, affrontano con grande facilità ( altrimenti che senso avrebbe chiedere e dare i mille preziosi consigli che tra persone vengono trasmessi ogni giorno?) .

Quando ci troviamo davanti ad una scelta inizia in noi un meccanismo complesso, composto da elementi di ragionamento e di emotività connessi tra loro. Il procedimento tipico, detto “problem solving”, permette di inquadrare il problema , metterne a fuoco le peculiarità e arrivare a decisioni coerenti con l’obiettivo di scegliere nel modo migliore.

Con la nostra osservazione noi individuiamo di dover operare una scelta quando con la nostra intelligenza abbiamo capito che ci sono diverse possibilità per affrontare una situazione, dare una risposta, eseguire una azione, attivare un comportamento…Con la ragione cerchiamo, a volte immediatamente, a volte nel tempo, tutte le informazioni che ci rendano possibile una comprensione ampia della circostanza. Formuliamo poi delle ipotesi di soluzione , più sono meglio è, che riteniamo possibili in base alle nostre conoscenze, alle esperienze vissute o raccontateci, alle consuetudini. La nostra emotività interviene aiutandoci a percepire che cosa preferiremmo fare, dire, scegliere. Poi di nuovo la ragione ci permette di ipotizzare le conseguenze possibili, positive e negative, di ogni ipotesi formulata, e di prevedere i diversi esiti delle nostre scelte in una direzione piuttosto che in un’altra. Di nuovo , a volte però contemporaneamente a questi ragionamenti, interviene l’emotività, che ci aiuta ad immaginare cosa proveremmo in caso di una o dell’altra ipotesi di scelta formulata. Arriva un momento nel quale ci rendiamo conto che se ciò che la mente suggerisce, come scelta “migliore” rispetto alle altre formulate, corrisponde a ciò che ci auspichiamo e percepiamo positivo per il nostro stato di benessere emotivo, abbiamo il coraggio di scegliere e tentare una certa via. Se sentiamo, invece, che non c’è sintonia tra cervello e cuore, il dubbio si ripropone e rende più difficile e lungo il procedimento decisionale. In questo caso alcuni richiedono aiuto, i famosi consigli, altri rimandano ad altro momento la scelta definitiva, altri ancora si affidano al caso o alla sorte evitando di portare a compimento il problem solving.

In ogni caso è impossibile “non scegliere” perché anche nell’ipotesi di lasciare che siano gli altri a scegliere o il destino a fare il suo corso…si è comunque “scelto di non decidere”! Insomma la natura umana è davvero orientata alla capacità decisionale anche qualora si senta la fatica o si provi il senso di inadeguatezza nello scegliere.

Da queste considerazioni deriva la riflessione su come mente e cuore, razionalità ed emotività, siano i due strumenti decisionali dell’uomo. Solo se entrambi funzionano adeguatamente, secondo l’età della persona e l’esperienza acquisita, il processo decisionale potrà essere lineare e avrà buone possibilità di portare a scelte precise, motivate e soddisfacenti ( anche se non c’è in questo certezza assoluta di risultato!).

Chi non ha ancora proprietà intellettive ben configurate ( ad esempio il bambino in cui ancora mancano la capacità di analisi delle alternative possibili o di sintesi delle conseguenze derivanti da ogni ipotesi) o chi, purtroppo , ha un deficit permanente di alcune abilità richieste nella scelta ( l’adulto che non capisca quali siano tutte le possibilità a disposizione o non abbia memoria delle esperienze precedenti ) non riesce a scegliere con cognizione di causa ( proprio perché non può, non sa, usare l’intelletto).

Anche chi ha poca percettività emotiva ( non sa immaginare cosa proverà o cosa proveranno gli altri) o chi ,per superficialità, ritiene di dover solo basarsi su dati concreti e razionali ( e dimentica che la soddisfazione umana e il senso di realizzazione spesso dipendono anche dall’emozione di sentirsi veri, onesti, sinceri, generosi, buoni…oltre che capaci di scelte convenienti) può correre il rischio di scelte che si rivelano poi solo parzialmente adeguate a realizzare l’obiettivo che ci si era prefissati di raggiungere.

Mente e cuore vanno dunque aiutati a crescere nella capacità decisionale, il che significa che dovremmo insegnare ai bambini a dare il giusto valore a ciò che capiscono e a ciò che percepiscono essere giusto.

Come fare? Nel prossimo articolo potrete leggere ( se “scegliete” di farlo!) una serie di suggerimenti pedagogici per aiutare i nostri ragazzi a crescere non solo nel desiderio di autonomia ma anche nella capacità decisionale.

 “Se siamo consapevoli di ciò che facciamo,

 possiamo fare ciò che vogliamo” M. Feldenkrais 

Dott.sa Lucia Todaro   

 
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